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sabato, 23 maggio 2009

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tina modotti

Non chiediamo permesso: avanti. [Maiko nella buca del suggeritore]


Siamo davvero qui, dottor Erenzi, per quella volta che sarà di troppo e ancora tutta consumata agli angoli. Le sue sedute hanno le toppe, e anche le mie, del resto.
Se questa volta le telefono sparlando delle torte che hanno le teste in mezzo al buco, e delle sigarette che si posano sui letti, inavvertitamente, e delle sedie care a Bettheleim, e dei lasciapassare che hanno bruciato senza fretta l'ultima notte a quell'infanzia berlinese così triste, è solo perché sappia che da me qualcuno pianta rose in petto per scatenare sotto pelle quello che solo osiamo intravedere, il prato progettato dal sodomita caro a Greenaway, incantevole fra madre e figlia e poi decisamente eretto, come l'albero maestro che si incaglia nei cespugli. E dov'é il mare, questa volta?
La piccola Bukowski ha queste labbra così oltre, una sporgenza di esistenza che oltrepassa quel perimetro inesperto che siamo quando siamo nel sorriso, un broncio che preme infetto di candore sull'erezione femmina mentre scalcia tra le parole e le sintassi ben sapendo che sta mettendo benzina nel gin tonic, e che da questo parte quel sentiero che per definizione s'interrompe, perché deve, quando infine si respira triplici all'unisono. La sua mano che di anelli porta cento, fotografa i colori che passano mentre l'iguana sottopelle, rubato a quel naturalismo magico che Araki morde, si infila nella vena del marito e nella mia che estatici siamo distesi come mai, Davis preso in prestito da Cronemberg, e invece l'ECG sa bene che sotto c'é Coltrane che suona, per Dio se suona. Se Davis è la perfezione, Bach nel Jazz, noi siamo dalla parte dell'esofago che spreme le sue cose favorite come le rose di Campana. Nessuna paroletta breve che perfetta infetti, solo la perfezione inabituale delle nocche e i paradisi artificiali nelle gallerie di Soho, altro che Beatrice, forse Laura, e no, nemmeno. Vorrei che quella grande tela bianca fosse per te, attraverso te, la linea che quel Rotko di cui per certo tuo marito ti ha parlato si esprime se il tuo corpo è lì, segno al pannello, mentre son io che ti fotografo, mentre restituisci al cielo di Manhattan l'uccello che per forza rendi grande, perché di fuoco sia, e ti infiammi.
Dottor Erenzi, le parlo oggi delle ragioni senza età, la libertà è la via, e quel culetto tondo di ragazza oltre i quaranta che la Simone mostrava in antibagno all'occhio fotografico che meglio la frugava di quel suo cieco amore, e la sua morte non li riunirà.
Dottor Erenzi, l'ora qui conta cinquanta. Ed a cinquanta canta il gallo, mai io Pavese lo leggevo da ragazza. Adesso preferisco la parte del poeta, quello che si svestiva frollo in mezzo ai campi. Paesi suoi, dottor Erenzi. Se sono qui, è per la negligenza nei controlli.
Ma guardi, non importa. A cena vado a trovare una ragazza che porta gli stivali a piedi scalzi, e sa che un dito è un segno di possesso. Senza anelli. Solo la vetta del dolore che muschia nel piacere, e disfa i piani.
Non so se Freud, al posto suo, mi avrebbe amata come uno dei suoi cani, portandomi al guinzaglio, restituendomi la meraviglia dei legami.

postato da: nakinaki alle ore 23/05/2009 23:23 | link | commenti
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giovedì, 16 aprile 2009

Rimani se puoi, rimani come se piovesse.


I.

Altrimenti mi toccherà
quel perdermi.
Quell'odore camuffato, travestito da distanza.
Dentro, qui dentro, diremmo (con l'indice) di un capoverso.

Questo rumore dell'accanto,
rilasciato
in movimento.
Lacrime filanti.

Tossine luminose.

Solo la musica a occhio afferra il mare e stupidi noi
quando tutto questo li libera.

Carena di velluto

come tela gonfia i polmoni, (nave comunicante - in un vaso - che soffre)
il tormento, uno specchio in bonaccia.
La melodia degli occhi storti, una luce livida che frena.
Contorce il riposo dei sogni, la notte.

Cosa abbiamo fatto di questo momento che scivola via:
un allarme ribelle.


II.

La fantasia della verità, la memoria della realtà,
la mimesi dell'invenzione. Un'imbracatura banale, insomma.
In fondo nessuna emozione ci é più famigliare di quella
che proviamo, quando siamo noi, noi. Il tagliando, non i chilometri.

Una fantascienza distopica.

L'immaginario della morte e del male
possano essere la metafora dell'arte stessa
e del nostro incontrollabile bisogno
di guardarsi vivere.

e uccido la prima bifora dell'ego.


III.

In questa notte che ne vale la pena e la sua morte
le palpebre amache donodolano radinando caldi di schiena
e vivo o muoio di più, mi arrendo oltre, lungo
i fianchi di una vita a morte non ancora intera. preghira e in te

voce di madri,
perla a sorpresa di ruggine e croce.

scevro da ogni petalo di girasole, ma pronto.


IV.

C'é un po' di tempo da dirsi.


V.

Sotto un cielo verdastro le nuvole fluidificano
la continuità, di un viaggio. Per quanto immobile
indottrina la libertà delle persone intelligenti.

Qui la scrittura è un tesoro non esposto ai raggi solari.
O un muco da spandere nei paraggi.

Come se certe volte, la parola sgorgasse a fiotti
ritmica, un movimento sputato al rifiuto del cavallo.
Eppure, come i migliori gioielli sepolti nell'opaco,
se tasto non trovo cicatrici. E sento il cranio in bolla.


VI.

Morsi a manciate, due buchi allineati. Tu. Lasciati.
D'inganno non farti colmare, ma collimare.

Qualcuno ama le lunghe confidenze del passato tentativo,
tentazioni del passato, ma sono esitazioni resinose.
Ho rubato otto anni di assenza.


VII.

Fra singolarità e grandezza. Il desiderio è sordo?


(continua).






















postato da: nakinaki alle ore 16/04/2009 20:08 | link | commenti
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